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Terrestri

Il Mio Gatto è morto e sto da cani

 

 

 

 

Oggi una settimana fa, mi ha lasciata per il sempre terreno il mio Babu. Dopo 14 anni di Gatto Assoluto. E sono ancora nella devastazione come il primo momento.

Solo chi l’ha provato sa bene che il Gatto, (e potrebbe essere il Cane, il Cavallo, il Pappagallo, il Coniglietto…) non si sa come, è diventato presto un essere così importante nella vita da mettere in imbarazzo.
Assieme a mia Nonna e alla povera Mamma, il mio Babu col tempo si è insinuato fra le entità più insostituibili e preziose dell’esistenza. Con la differenza che lui l’ho scelto. E dopo la scelta gli si vuole bene come al proprio sangue. Genetica celeste.

Il mio insegnante, il mio maestro per quanto inetto chi dovrebbe imparare possa essere.

In tempi anche non molto lontani, provare affetti che non fossero superficiale e capriccioso sentimentalismo per un Pet sarebbe stata eresia/scandalo, oggi per fortuna si comincia collettivamente a evolvere. Si comincia a capire cos’è veramente un Animale da affezione.

Babu (Barbablù perché nero riflessi blu) è stato con me per la durata di ben due lunghi e velocissimi settenari, 14 anni, scoglio di salvezza infallibile nei momenti neri, gioia a scintille a tempo indeterminato. La “bellezza, calma e voluttà” di cui narra Baudelaire.

Babu è anche l’ispiratore di questo sito e dei miei due librini sui gatti. Soprattutto l’ispiratore dell’amore definitivo per gli Animali. Il reale compagno di vita nella buona e nella cattiva sorte.

  • “Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità.”

Ecclesiaste

Non esiste superiorità dell’uomo…” a dire il vero nessuno di noi comuni mortali conserverebbe tanta dignità nella sopportazione e nella pena, tanta commovente mitezza. E poi davvero ogni cosa diventa vanità quando ci muore un “insostituibile”. Ed è perché tutto è già Vanità che passano gli imperi, le civiltà, le galassie… e chi amiamo.

Il tiglio è in fiore in questi giorni. Tu tiglio sempreverde: dolce, narcotico, pervasivo, inebriante. Buono. E io un fiore di cappero (alla meglio) invadente e dal profumo che può piacere o no.

Ogni strada mi porta di nuovo a casa. Qualsiasi uscita da casa mi riportano il più presto possibile indietro da te. Come prima. Ma qui il vuoto silenzio è l’assenza stessa. “Qua dove tutto è a metà.”

Non è tanto la sua morte che riesce a traumatizzarmi così a puntino, ma la modalità tragica degli avvenimenti. Se il mio Babu non fosse stato avvelenato in casa (7 dicembre 2016) sul nostro balcone, mai sarebbe potuta sopravvenire la più nera delle malattie feline, la FIP (Peritonite Infettiva Felina).

  • La FIP è la mutazione di un virus che portano immuni all’incirca il 90% dei gatti sani. Solo un grave trauma o un forte stress – che distruggono improvvisamente le difese immunitarie – possono far mutare il virus, così comune e blando, in qualcosa di letale.

L’avvelenamento noi lo avevamo superato, ma quando pensavo che da quel punto tutto sarebbe andato in salita, la realtà si è rivelata la peggiore possibile. È stato l’inverno più lungo della nostra vita… E l’esito della Fip è uno solo.
E ora?

Davanti alla morte (oh, parola tabù…) è il corpo che va via via nel panico. Il corpo non può immaginare. Deve toccare soprattutto, palpare, accarezzare, baciare, annusare l’odoreì, vedere. Non guardare, solo vedere.

Il “corpo emozionale” vuole guardare per vedere, riconoscere, ricordare. Immaginare per capire, ascoltare per sentire.

Della mente è meglio non fidarsi ma è bene cercare di usarla per non perderla.
Resta lo Spirito? Dov’è andato a finire quel minimo di spiritualità in questi frangenti?

Sarebbe realista una visione più spirituale, spietata ma giusta. E capire che forse la morte è un gran bel dono in certi casi. Dopo mesi e settimane, giorni sempre uguali, ore e minuti, gli ultimi secondi… Le montagne russe di speranze e di sconfitte è possibile fossero non soltanto fato avverso ma destino scritto, il tuo come il mio, per una trasformazione, per imparare e evolvere? Forse il tragico senso di perdita e di abbandono erano – gà a monte – il problema?

Ma il corpo incalza, vuole ancora sentire, provare, non ascoltare. Non ha tempo o pazienza. La parola più bella è “ancora”. Tu non mi basti mai.

Soltanto l’anima, la parte emozionale, prova ad ascoltare ma poi si perde.
Ha bisogno di toccare, palpare accarezzare annusare baciare, e poi di nuovo – il corpo carnale – mentre l’anima che gustava tutto questo, ora si smarrisce. Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e il sogno più bello è l’Amore.

Come al solito lui sembra che c’è e non c’è, proprio come fa un gatto in casa. Non sai mai dove sia, ma poi quando gli va torna vicino. Ora no, non può più tornare.

Nel dolore del lutto è il corpo che domina la scena. L’eminenza grigia però resta la mente.

Il mio faraone. Il più grande dei mentori. Un leone. Eccomi alla demenza.
La mente ad ogni modo è sempre cinica, anche quando crede di cavalcare le emozioni più selvagge in realtà vuole il controllo, vuole il possesso sulla vita ma pure, assurdamente, sulla morte. Con la morte lo scontro è titanico, devastante. È proprio questo il suo punto più debole, il problema maggiore e irrisolvibile. Non impara mai, la mente, e quando perde la partita trova lì la sua convenienza del momento.

Così come è sopraffatta senza scampo dai sensi di colpa, allo stesso tempo escogita tutte le scuse possibili e immaginabili.
“Ora puoi finalmente riposare, pensare a te. Prenditi cura di te, dormi…”
Ma se chiunque lo sa bene, non si dorme meglio che con il proprio Gatto! Di tutti i mali, e sono tanti, che lui – creatuta in fondo così fragile e delicata – può passare, non si è mai sentito parlare di un gatto che soffrisse d’insonnia. “I gatti riposano sempre soavemente” (Teocrito). Adesso all’insonnia o quasi ci sono io.

“Hai tutto il tuo tempo per te ora. Ti rendi conto che negli ultimi mesi non hai vissuto che per lui, annullata, consumata per lui.”
Ma se il mio tempo più bello è stato con lui… gioia x 1000 e il “plurale majestatis”: Noi!

“Sei libera ormai, senza più vincoli, libera di andare dove vuoi, anche in capo al mondo…”
Intanto il mondo è diventato immondo quasi ovunque. E poi sarei così fortunata – proprio io – da trovare il posto giusto? Non credo sia esattamente il mio forte. E la “libertà ritrovata” mi sembra peggio del fiele, è allucinante, insensatezza sinistra. Preferivo il sacrificio reciproco (sacrificio = rendere sacro).

“E i soldi che hai speso in questi 5 mesi e mezzo per lui?”
Troppo pochi… I soldi per mia esperienza vanno e vengono, altre cose quando vanno non tornano mai più. E poi lui mi ha portato molta fortuna, ne sono arrivati tanti di soldi – a suo tempo – tanti e insperati. Posso asserire che un Gatto Nero è il Portafortuna per eccellenza. I gatti neri portano davvero una fortuna esagerata.

Siamo fatti di “io” molteplici e incompatibili fra loro che lottano per effimeri momenti di supremazia, a seconda le ore del giono e della notte.

La mente è cinica e pratica ma a volte supera di gran lunga in spiritualità la dimensione emotiva.
“Un gatto indoor è un prigioniero; anche se è trattato come un idolo è un carcerato che sogna prati, spazi e strade.
Il padrone invece è sempre sicuro che starà lì ad aspettare. Sarà a casa per aspettare noi. Questo non è giusto, ora è libero.”

Ma le cose della vita sono più complesse di quanto un punto di vista da una sola prospettiva possa comprendere, da qui le complicazioni.

La mancanza è soltanto la mancanza fisica, dei sensi, bisogna dirsi. Per assurdo sugli altri piani avviene il contrario, mai tanto avvvicinamento forzato, focus, attenzione costante e indivisa.

A tratti, a fitte, a ondate l’insopportazione della perdita. A tradimento annunciato. Il contatto è perso, gli abbracci. Il contatto degli occhi, degli sguardi, che è la cosa più lancinante quando manca. Quante occhiate fra noi. Mille volte e poi mai più. “Troppo, troppo, troppo amore.”

Se perfino le piante… avevo un piccolo melograno florido e felice vicino al suo peperoncino nato lì per caso. Quando il freddo (o la biannualità?) ha portato via quel (saporito per me) portento, niente mai più fiori per l’infelice melograno.

La tua perdita aggiunge il peso di tutte le perdite gravi della vita. Di qualsiasi fallimento.
La gioia con te si ricollegava come scintille nel cuore a ogni tempo e luogo di felicità.

Il ricordo è costretto a tornare indietro e spalancarsi a quanto più può, mentre la mente riconsidera certi dettagli fino all’ossessione.
Ma se tramite il costante ricordare, le emozioni possono spaziare e intrinsecarsi, fondersi e trasfigurare senza ordine né senso del tempo, perse nell’evanescenza del bello e del buono a loro volta perduti, la mente è imprigionata nel recente. Più è nel tempo recente più è forte, spasmodica, vivida e lancinante, ripetitiva la rivalutazione. Improprio dire che si tratti di “ricordi”. La mente è costretta a concentrarsi e contare gli errori.

Chiamiamo ricordi sia quelli puramente mentali: cavillosi ossessivi focalizzati sui dettagli, che quelli emozionali travolti da eccessi del cuore come pure da fatti minimi nel significato apparente, ma ancora una volta eccessivi nel significante.

Si accavallano (e si cavalcano e scavalcano a vicenda) così, nel lutto, i sensi e le membra doloranti del corpo, la pena emotiva e la sofferenza mentale.
O è meglio dire che il dolore più martellante è quello mentale, e che il malessere diffuso ovunque a tratti, è del corpo, quando nella routine normalmente tende ad avvenire in realtà il contrario, i dolori percepiti come maggiori sono del corpo.

Qui in effetti il corpo è mortificato da una mancanza totale mentre la mente è sopraffatta da un eccesso di materiali insostenibili da gestire. La gioia terrena non sembra consistere proprio nell’opposto esatto? Mente leggera e sensi in festa? In una casa dove vive placidamente un gatto trattato bene c’è sempre aria di festa.
La festa infatti è decisamente finita. Tocca rimettere in ordine. E poi ricostruire, non una vita nuova, solo diversa.

E grande festa è stata perché era idillio. L’aver perso un bene così prezioso riverbera su tutti i piani come un fatto inverosimile, irreale. E sarebbe presto schizofrenia. Ma il primo stadio del lutto, aspettando la piena travolgente vera e propria, sebbene tutto indidichi lucidamente il contrario, è la negazione.
Peccato che la negazione della negazione ultima non faccia ancora un “sì”.

Veder svanire una parte di me, della nostra esistenza, quella che esisteva assieme. La relazione e le dinamiche fra due esseri creano un’unione energetica irripetibile, un nucleo dal carattere essenziale che ha vita a sé perché si muove nel tempo e nello spazio come una nuova entità vivente.

Un continuo dialogo preverbale, primordiale anzi, che conduce in territori sconosciuti e inconoscibili nella dimensione di normalità. Dare e prendere amorevolezza, tempo, gioco, benessere. Piccolo paradiso terrestre personale e privato. Quando accade fra umani non dura e se dura è un miracolo.

Siamo stati abbastanza felici perfino nei durissimi tempi finali, perché avevo l’entusiasmo e la gioia di fare tutto quello che mi fosse possibile per lui. Resilienza si chiama, restare positivi davanti a qualsiasi i problema.
Vorrei vivere ancora fuori dal tempo come prima con te, questo ora è il precipizio – dentro – il tempo, e fa proprio male.

Ma quando la lunga, Grande Festa è finita, tocca riordinare i bagordi. Bagordi di pigrizia essenzialmente.
Elogio dell’Ozio è ogni gatto. Ora l’autoindulgenza è finita. Il tuo gatto sembra condonarti teneramente tutto, anche una casa sommamente in disordine, e il “non cale” generale possibile. Sta diventando aliena, desolante, questa casa.

Perché esistono fatti più importanti del senso pratico. “Nella casa dove vive un gatto nero non mancherà mai l’amore.”– proverbio inglese – e così è stato.

Meravigliosa confusione, “realismo magico”. Nido-rifugio mitico e luogo di sentimenti estremi.

 

“… Si spazzano i cocci del cuore

con cura si ripone l’amore

che non vorremmo più usare

fino all’eternità.”
(Emily Dickinson)

 

Sebbene sia stata innamorata di te fin dall’esatto momento in cui ti ho visto – appena nato – già ti aggiravi curioso lontano da Mammagatta, irreale e bello come una miniatura magistrale, “il pinnacolo della creazione” stesso, il concentrato essenziale dell’ Archetipo in un così minimo essere… mi domando però, quando, come Crasso con la murena, “presi ad amarti così fuor di misura”?

Centinaia le foto, alcune belle, ma perché, perché non ho registrato le sue fusa. Perché sgorgavano a tonnellate? Gratuite, quotidiane, prese per scontate. I visivi sono fatti così, non sanno dare la giusta importanza ai suoni, dimenticano che le immagini passano per le forche caudine della mente e soltanto il suono va diritto al cuore. Perché ho dimenticato di registrare le sue fusa? Ogni fusa (se le fanno…) è l’irripetibile impronta sonora di quel Gatto che resterà a sua volta unico.

Devo uscire, la casa è lui. Lui non c’e, qui io muoio con lui.

 

“E’ difficile riconoscere un gatto nero in una stanza buia soprattutto quando il gatto non c’e.”(proverbio cinese)

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